In quale emisfero cerebrale è elaborato il linguaggio?

mercoledì 11 gennaio 2012

I miei occhi, il tuo sguardo -> Hong Kong (2)

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Non so se sia stato il rumore della porta o qualcos’altro, fatto sta che la donna delle pulizie ha sussultato non appena sono uscito dalla stanza. La testa china come sempre, ha fatto un giro su se stessa e poi si è rinchiusa nella toilette che si trova a pochi passi dal mio uscio. Sono rimasto perplesso: ho atteso qualche istante lì davanti per capire se l’avessi fatta spaventare io, poi mi sono allontanato per riapparire qualche secondo più tardi, giusto per dare un’ultima occhiata. La porta del bagno era aperta, dentro non c’era nessuno.


***


«That’s the room!». Candy ha circa 25 anni ma la corporatura di una bambina. I suoi piedi potrebbero agevolmente entrare dentro due Lelly Kelly. Mi osserva con attenzione per cercare di capire cosa mi stia frullando in testa.

«Wow, it’s too small!», esclamo non appena vedo oltre la sua piccola figura. «Really? Is it too small?», mi domanda lei con un’espressione sorpresa. La stanza è un corridoio largo poco più di un metro e profondo al massimo tre. Due terzi del corridoio sono occupati da un letto singolo e il restante terzo da una minuscola libreria.

Candy è delusa, fa qualche passo e crolla sopra il divanetto che si trova in salotto. Osserva una lista dove sono riportati degli indirizzi e i corrispettivi prezzi. «Is it ok 5.600 $ HKD for you?», mi domanda alzando lo sguardo. «No, I’ve already told you, my budget is 4.000 $ HKD», ribatto. Prende il cellulare e chiama qualcuno. Parla in Cantonese: è molto più disinvolta di quando usa l’inglese per contrattare con me. «I can make a discount for you», mi dice.

Ho trovato la mia camera, un corridoio di tre metri quadrati al sedicesimo piano di un grattacielo di Tsim sha Tsui Mansion.


***


C’è molta polizia qui, moltissimi poliziotti. Si appostano negli angoli delle strade e osservano la gente, scrivendo qualcosa su taccuini. La prima volta che li ho visti ho pensato che stessero facendo qualche multa, ma il fatto che li veda sempre scrivere mi ha dissuaso dal continuare a crederlo. Sospetto che tengano d’occhio qualcosa o qualcuno e ne registrino ogni passo: altrimenti non riesco a spiegarmi come mai stiano sempre scrivendo. Sembrano amanuensi piuttosto che agenti delle forze dell’ordine.


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La metropolitana di Hong Kong è un gioiello. Aperta nel 1979, oggi conta circa 220 km di binari e oltre 150 stazioni. Ci si accede passando una tessera magnetica sopra i corrispettivi lettori. Questa carta, chiamata Octopus card, equivale esattamente alla londinese Oyster card, meno per il fatto che con essa ci si può anche pagare la spesa. Il costo dei viaggi è veramente basso, specie se la si paragona all’Underground londinese. Già dal nome, Mass Transit Railway (MTR), si capisce benissimo quale sia lo scopo di questo importante mezzo di trasporto.

Altri mezzi molto economici e molto utilizzati sono gli autobus, che poco differiscono da quelli londinesi. Come quelli, hanno due piani e sono spesso guidati da autisti scontrosi.

Ai black cabs londinesi Hong Kong risponde invece con dei taxi di diverso colore a seconda della zona in cui si devono spostare e, sopratutto, con tariffe veramente basse. Con 20 $ HKD, ovvero 2 €, è possibile percorrere un paio di chilometri, anche la notte.

Un mezzo che invece a Londra manca è il public light transport, colloquialmente minibus. Si tratta di un ibrido tra il taxi e l’autobus, ovvero dei pullmini con massimo 16 posti che corrono all’impazzata per le vie della metropoli, facendo frenate brusche e cambi di direzione improvvisi per raccattare nuovi passeggeri e lasciar scendere i vecchi.

Questi pullmini sono molto economici e salirci è un’esperienza da non perdere: è sufficiente aspettarli nelle apposite fermate e fare un cenno quando passa quello giusto. Il problema nasce una volta che si è sopra: la maggior parte degli autisti di minibus non conosce l’inglese ed è completamente disinteressata a comunicare con i passeggeri; considerato poi la velocità a cui si spostano, quando qualcuno desidera fermarsi, deve urlare dal proprio sedile, sbraitare e sperare che l’autista non sia sovrappensiero. In tal caso finirà per conoscere una nuova area di Hong Kong.


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L’ultima notte in ostello. Domani firmerò il contratto, farò check out e traslocherò nell’appartamento. Mentre cercavo di addormentarmi, il mio compagno di stanza indonesiano è sceso dal letto a castello, mi si è seduto a fianco e ha iniziato a parlarmi. Voleva dirmi qualcosa, col suo inglese pasticciato. Non stavo dormendo, ma era troppo tardi per affrontare qualsiasi discorso, così ho finto di continuare a dormire. Non credo che abbia creduto alla mia simulazione: sa bene quanto me come sia difficile dormire in questi letti minuscoli e durissimi. Dopo aver continuato a parlare per alcuni minuti ha acceso il suo Ipad e si è messo a controllare qualcosa. Probabilmente si trattava solamente di una strategia per far luce e per vedere se aprivo finalmente gli occhi.

Ho continuato a tenerli chiusi. Pochi istanti dopo era nuovamente nel suo letto ed io mi domandavo di cosa diavolo volesse parlarmi. La mattina dopo, quando ci siamo incontrati, ho fatto finta di niente e lui pure.


***


Oggi l’ho sentita, ne sono ormai certo: la donna delle pulizie origlia nelle porte dei clienti. Ero al telefono con un amico, coricato nel mio mini-materasso, quando qualcosa o qualcuno si è appoggiato alla porta, facendola scricchiolare. Dapprima ho continuato a parlare serenamente, poi – dopo un urlo che proveniva dall’ingresso del corridoio ed alcuni successivi rumori confusi proprio sul legno della porta – ho chiuso il telefono e mi sono precipitato ad aprire. Fuori niente, solo la receptionist dell’ostello che sbuffava e diceva qualcosa in cantonese guardando verso la porta del bagno. Volevo rimanere lì ed aspettare che la porta si riaprisse per capire se le mie intuizioni avessero ragion d’essere, ma la receptionist mi ha guardato scocciata e mi ha chiesto: «Do you need anything?». Ho esitato, poi sono tornato dentro la stanza ed ho chiuso la porta.


***


Sono andato a firmare il contratto: l’agenzia, la Wing Kong Holdings Limited, ha sede in cima a Wellington Street, a pochi passi dalla metro di Central e dei grandi palazzi di Gucci e Armani, dove molti hongkonghesi sono soliti scattarsi foto.

Quando sono arrivato Candy non c’era, così la sua collega mi ha fatto attendere seduto su un piccolo sgabello. Nel frattempo lei contrattava con un altro uomo che le chiedeva spiegazioni sulle clausole e le ricordava di essere già stato cliente qualche anno a dietro e che quindi meritava particolare cura. Naturalmente, la presenza di una persona che tornava nella medesima agenzia non poteva che rasserenarmi su ciò che stavo andando a firmare.

Non appena la collega di Candy si è alzata per andare a ritirare delle stampe, ho colto l’occasione per chiedere a quell’uomo dall’accento latino di dove fosse: «I’m from Argentina, and you?». «I-ta-lia-no», ho scandito col sorriso sulle labbra, pensando di aver trovato un cugino. «Ah, bene, allora possiamo parlare italiano. Piacere, mi chiamo Gustavo!». Per un momento sono rimasto disorientato: mi aveva mentito sulla sua provenienza oppure per quale motivo parlava così bene la mia lingua?

«Sono stato in Italia per diversi anni, giocando a tennis», mi ha detto, come se stesse traducendo letteralmente dall’inglese. «Ah, ok... E qui che fai?», ho domandato. «Sono venuto per insegnare tennis, per un anno, forse di più».

D’un tratto un forte rumore ci distrae. Si spalanca la porta ed entra Candy, ridendo ed esultando per qualcosa che non afferro. Dietro di lei un ragazzo cinese che, invece, sembra aver perso qualche sfida. Candy non mi nota e scompare nel back-office. Ancora una volta la vedevo molto diversa da come l’avevo conosciuta. «Hey, there’s the guy who has to sign the contract!», l’ha chiamata in quel momento la collega.

«Oh, sorry, I didn’t see you before!», si scusa Candy col fiatone e mi si siede davanti, mostrandomi il contratto e porgendomi una penna. «You have to sign here, here and here», mi indica col suo minuscolo dito sul foglio azzurrino dove sono presenti i vari articoli del contratto.

«Io non mi fido mica tanto: voglio proprio vederle scritte le clausole», mi agguanta alle spalle Gustavo. «Non sono affidabili?», gli domando sempre in italiano, mentre le due ragazze cinesi si lanciano occhiate interrogative. «Sì, lo sono, altrimenti non sarei qui... Ma non vorrei che fosse cambiato qualcosa. Ormai sono passati due anni!», mi risponde. «Hey, you remember me?! I’m the only argentinian client you have, no doubt!», esclama gesticolando in maniera vistosa.

Pochi minuti dopo abbiamo firmato i contratti. Io due mesi e lui un anno. «Cheers! Cin cin! Salud!», ci diciamo toccando appena i vetri dei nostri bicchieri di birra nel pub di Wellington street.


***


Arrivo al Taiwan Hostel. «I wanna check out!», dico mentre tiro fuori le chiavi dalla tasca.

Dietro il vetro c’è Rose. Ha i lineamenti molto delicati e dei modi gentili. Non conosce il cantonese perché viene dalla Cina e la sua famiglia parla solo il mandarino. Da due anni lavora come receptionist in questo terribile ostello di Hong Kong, con la sola compagnia di un gatto che – anche lui – sembra avere una fisionomia asiatica. Non miagola, ma soffia continuamente. Probabilmente questo è uno dei motivi per cui nessuno si ferma a coccolarlo. Lui sembra essersene fatto una ragione: passa il tempo ad osservare le persone con uno sguardo disgustato. Poi si corica e si addormenta.

«The owner?! No, I don’t know who’s the owner!», ride Rose. Forse qui i gatti non hanno proprietari; forse sono liberi di girare per i tetti dei grattacieli, mangiando ciò che trovano o ciò che gli viene lasciato. Forse.

Rose mi chiede le chiavi e mi restituisce il deposito. Insisto sulla lingua, chiedendole come mai non abbia tentato di apprendere un po’ di cantonese nel periodo che ha vissuto qui a Hong Kong. Lei arriccia il naso e mi dice che non serve, che è poco diffuso. Annuisco. Scambiamo ancora qualche battuta, poi mi consegna una ricevuta per il check-out. La saluto. Sono finalmente fuori da questo inferno.


***


Qualcuno l’aveva accennato nei commenti al precedente articolo: “La settimana prossima sentirà un immondo sgracchio, si girerà, e troverà davanti a se una graziosa cinesina che sputa e rutta come un minatore russo”. Così è stato: era sera e guardavo i grattacieli di Hong Kong Island oltre il mare, quando accanto a me ho sentito uno sgradevole rumore. Mi sono voltato ed eccola lì, una piccola donna cinese che fumava, tirava su col naso, raschiava la gola e via: tutto sparato sul suolo. Non senza poi aspirare nuovamente la sigaretta serena, guardando nella mia stessa direzione: verso quei grattacieli oltre il mare.




[To be continued...]





lunedì 9 gennaio 2012

I miei occhi, il tuo sguardo -> Hong Kong (1)

Tanta gente, ancora oggi, non ha la possibilità di affrontare viaggi, specialmente se questi richiedono grandi somme di denaro o lunghi lassi di tempo. La maggior parte delle persone deve accontentarsi di scoprire il mondo attraverso lo schermo della televisione o attraverso libri che - troppe volte - non raccontano i luoghi, ma li descrivono. Ecco, questo è ciò che non voglio fare. Desidero invece con queste note raccontarvi Hong Kong (e l’Asia) in tutti quegli aspetti che nessuna guida riuscirà mai a cogliere (né potrebbe farlo, vista la rigidità della forma testuale a cui è soggetta).

Quello asiatico è un orizzonte che via via si sta facendo sempre più vicino all’Europa e all’Italia, evidenziando così l’impreparazione non solo dei singoli cittadini, ma anche di coloro che questo avvicinamento dovrebbero regolamentarlo e gestirlo. Il modello di sviluppo asiatico (in particolare cinese), da qualche tempo, si è affacciato nell’economia mondiale in piena competizione con quello occidentale (in particolare americano), provocando fobie e perversioni finanziarie di cui non è atto conoscere le conseguenze. Ad ogni modo, entrambi i modelli economici – pur in maniera differente – poggiano ancora su contraddizioni e gravi storture, prescindendo spesso dai più fondamentali diritti umani e dal rispetto ambientale.

Oggi più che mai, quindi, è diventato importante aprire un occhio sull’Asia, ma non un occhio scientifico che ci riporti semplicemente dati sterili, bensì un occhio che racconti la cultura di queste popolazioni, il loro modo di vivere e di pensare. È per questo motivo che, in questo reportage di frammenti più o meno diari, voglio portarvi con me nelle strade, nelle case, nelle università, nei luoghi di lavoro; voglio farvi parlare con la gente, farvi conoscere i loro gesti, i loro mestieri, le loro religioni, le loro abitudini; voglio farvi scoprire come concettualizzano lo spazio, il tempo, la vita.

Il mio – lo ribadisco – non vuole essere uno studio oggettivo, rigoroso: attraverso esperienze, riflessioni e analisi su più livelli (storico, economico, politico, culturale) cercherò piuttosto di tenere sempre uno sguardo umano: i miei occhi, il tuo sguardo.

(Enrico Santus)

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I primi passi non sono stati semplici: le dodici ore trascorse in quella mezza poltrona di un Boeing avevano intorpidito i miei arti inferiori. I muscoli erano ridotti né più né meno come quando ci raggiunge la febbre e ci costringe a rimanere coricati per ore, a osservare lancette che appaiono immobili.

Nella mente e nelle scarpe, però, c’era troppa curiosità. Mi sono alzato ed ho seguito le indicazioni verso l’aeroporto. Erano le 14.45 circa. Ora locale, naturalmente. Erano passate ormai venticinque ore dalla mia partenza da Cagliari, alle quali si sommavano 7 ore di fuso orario.

Quando i miei piedi hanno finalmente poggiato sulla terra non ho pensato di essere giunto in un altro continente. Piuttosto, sono stato avvolto da un senso di sollievo non troppo diverso da quello che deve cogliere i maratoneti che superano il traguardo e sanno che finalmente è giunto il momento per riposarsi.

Solo più tardi, quando sui muri sono apparsi cartelloni pubblicitari con illeggibili scritte cinesi, ho realizzato di essere finalmente in Asia, a Hong Kong. Nelle vene ha iniziato a scorrere uno sprizzo d’energia miscelato ad una moderata eccitazione: ho sorriso. In tutta la mia vita non avevo mai preso in considerazione la possibilità di recarmi in questa parte del mondo e adesso mi sembrava così fondamentale esserci.

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Tre ore dopo ero arrivato a Nathan road, una strada molto trafficata nel quartiere di Tsim Sha Tsui (non ho ancora imparato a pronunciare il nome del mio quartiere!). Col mio aspetto esotico, non ho impiegato molto tempo ad attrarre uomini di ogni età e ogni dove che si proponevano di vendermi a prezzi scontati qualsiasi tipologia di merce se li avessi seguiti. Nonostante il mio garbato rifiuto, quegli uomini sembravano moltiplicarsi, insistendo fino a quando non ho raggiunto l’ascensore della palazzina in cui si trova il mio ostello.

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L’ascensore è affollato, forse anche oltre la sua capacità. Terzo piano. Appena si aprono le porte sono fuori. Mi duole il piede: qualcuno me l’ha schiacciato durante la salita. Dopo un brevissimo corridoio sono accolto da una decina di lenzuola stese vicino ad una parete, appena qualche centimetro sopra rifiuti metallici.

«Good afternoon, my name is Enrico Santus: I have to check-in», cerco di scandire alla donna che mi osserva da dietro un vetro. «Check-in?», mi domanda, porgendomi un foglio dove sono elencati i nomi degli ospiti del giorno. «This one, I’m this one», le indico sul foglio.

Stanza numero 14; inserisco le chiavi nella toppa e apro. Un secondo dopo sono dentro una camera di tre metri quadri, con un letto a castello più corto di me e le pareti aderenti alla struttura del letto stesso. Poggio le valigie e cerco di coricarmi: subito mi rendo conto che non posso distendermi, ma che devo obbligatoriamente piegare le ginocchia. Il materasso sotto di me è in paglia pressata. Bestemmio.

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Le strade di Tsim Sha Tsui sono affollate: il 95% delle persone che incrocio sono asiatiche. Hanno un brutto vizio: non cercano in alcun modo di evitarti se ti incrociano, cosicché lo scontro diventa inevitabile. Eppure, molti di loro hanno una corporatura addirittura più esile della mia. Non capisco i motivi di questo comportamento: se non avessi la certezza del contrario, azzarderei che sono privi di visione periferica.

La prima volta che mi è capitato di scontarmi, mi sono voltato innervosito. Quando ero ragazzino, nella mia piccola città iglesiente, lo spalla-a-spalla costituiva la più grave mancanza di rispetto che si potesse subire. Il principio dello spalla-a-spalla assomigliava molto a quello del “togliere il saluto” e del “far finta che non esista”, meno che per la sua forza simbolica: mentre negli altri due casi si ignorava la persona (cosa in qualche modo accettabile), nello spalla-a-spalla la si cancellava fisicamente. Laddove si poteva sorvolare la mancanza di un saluto, non si poteva certamente accettare la cancellazione del proprio fisico; così a questo genere di abuso dovevano seguire categoricamente i cazzotti, utili a riconquistare il diritto ad uno spazio, ad un peso, ad un corpo inviolabile.

È chiaro, quindi, il motivo della mia irritazione quando il primo cinese mi si è schiantato addosso. In pochi istanti, tuttavia, essa è svanita: non appena mi sono voltato, mentre lanciavo imprecazioni contro quello che consideravo una specie di aggressore, altri fantomatici aggressori mi hanno colpito una, due, tre, cinque, dieci volte. La maggior parte erano più esili di me e si allontanavano sereni, come niente fosse stato.

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Le strade sono sempre affollate. Mi dico che quello in cui mi trovo deve essere il quartiere dei negozi, perché ad ogni passo vedo una nuova vetrina. Presto scoprirò, invece, che non è così.

Sette milioni di abitanti. Hong Kong si sviluppa in altezza, poggiando le sue fondamenta sul commercio e sulla ristorazione. I piani bassi dei grattacieli hongkonghesi sono destinati a ospitare negozi, bar, tavole calde e locali di altro genere. La maggior parte dei cittadini vive in appartamenti agli ultimi piani dei palazzi o dei grattacieli e raggiunge le proprie case attraverso ascensori a cui si accede sotto l’attenzione di una guardia non armata.

Dicono che il territorio sia ricco di aree verdi, parchi e riserve naturali. Dicono che queste costituiscono il 60% del totale del territorio. Io non ho ancora avuto modo di vederle, ma saranno certo una delle prossime mete del mio pellegrinaggio in questa città. Come lo saranno i mercati, nei quali – dicono – bisogna lasciare ogni speranza di umanità prima di entrare: animali di ogni sorta vengono uccisi e macellati davanti al cliente, che coi suoi soldi ed il suo indice diventa contemporaneamente acquirente e boia. Insomma, un sistema crudo, ma forse meno ipocrita dei macelli industriali e del successivo packaging occidentale.

I primi coloni inglesi giunti in questo “porto profumato” (questo significa Hong Kong), lo hanno chiamato anche Terra dei grandi pesci, per l’enorme quantità di pesci presente nella penisola. Non appena avrò il tempo, andrò a vedere i pescherecci e conoscere qualche pescatore, per farmi raccontare le loro storie.

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La prima notte non ho chiuso occhio. Non so se fosse più l’eccitazione del diverso o i dolori provocati dalla durezza del materasso. Di certo non mi hanno aiutato le voci fuori dalla porta: qualcuno ha passato metà della notte a parlare di qualcosa che non ho minimamente afferrato.

La mattina, quando sono uscito dal bagno, sono stato preso per il bavero da un francese di oltre un metro e novanta: «What are you fucking doing in my toilette?», mi ha domandato. Dietro di lui stava una ragazza mingherlina, dai tratti filippini. «Is that your toilette?!», ho chiesto con un sorriso beffardo. Poco più tardi stavamo bestemmiando insieme per le condizioni in cui ci costringevano a stare lì dentro. «In Europe this place would be illegal», ci siamo detti, quasi ciò potesse consolarci.

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La donna delle pulizie è stupida. Non è un’attribuzione che le faccio io, piuttosto è una costatazione. Mentre discutevo col francese (il quale ha successivamente diretto la sua rabbia sulla receptionist), la donna delle pulizie rideva come una iena. Probabilmente non c’era cattiveria in quella risata; probabilmente non capisce l’inglese; probabilmente si trattava semplicemente di impaccio, ma lo stesso fatto di non sapersi trattenere la rendeva così ridicola da togliere ogni dubbio sulla sua scarsa intelligenza.

Altri indizi sono il fatto che non parla mai con nessuno, nemmeno con gli stessi gestori dell’ostello; si muove in modo leggermente scattoso; cammina sempre a testa bassa; non fa nient’altro se non pulire, con stracci logorati e detersivi privi di qualsiasi fragranza.

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Può essere interessante fare un piccolo zoom sulla discussione tra il francese e la receptionist cinese. Il primo chiedeva uno sconto per le pessime condizioni dell’ostello, mentre la seconda negava che l’ostello fosse in condizioni inacettabili (le quali invece, assicuro, sussistevano tutte).

Ad un tratto, la donna ha accennato un passo, come per andarsene, e il francese le ha poggiato una mano sulla spalla per bloccarla. Il gesto del francese – nonostante lo scopo – era chiaramente dimostrativo: non aveva applicato nessuna forza e se la donna avesse voluto passare l’avrebbe fatto tranquillamente. Tuttavia, la receptionist deve aver percepito quel gesto come un atto irrispettoso, tanto che immediatamente ha schiaffeggiato la mano, accompagnando quell’azione con uno sguardo di disprezzo ed un lungo silenzio. Sono dovuti passare alcuni interminabili istanti prima che quella situazione si sbloccasse.

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Avenue of Stars, il corrispettivo cinese dell’Hollywood Walk of Fame. È qui che celebrerò l’arrivo del 2012, sopra il marmo sul quale sono impresse le impronte delle mani delle grandi celebrità del cinema di Hong Kong.

Tipico luogo d’incontro – specie per gli occidentali – è la statua di Bruce Lee, scolpito con la sua muscolatura agile e leggera mentre pratica le arti marziali proprio dinanzi al mare che ci separa da Hong Kong Island.

Dall’altra parte dello specchio d’acqua ci sono i grattacieli di Wan Chai, illuminati da una sinfonia di luci per questa occasione. Nella facciata di uno di essi è raffigurato il dragone e, forse, non a caso: il 2012, infatti, sarà per l’oroscopo cinese proprio l’anno del dragone. Ad ogni modo, i festeggiamenti per il nuovo anno cinese inizieranno il 23 gennaio, mentre oggi si festeggia il capodanno occidentale con alcuni fuochi d’artificio che partiranno proprio dalle cime di quelle modernissime strutture architettoniche.

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Ho preso l’influenza: naso tappato, tosse, dolori muscolari. Ma non posso fermarmi. Devo trovare assolutamente una camera il prima possibile. Ho prenotato l’ostello per otto notti, dopo di che sarò per strada. E non me lo posso permettere.

Intanto, questa mattina sono stato al Polytechnic University of Hong Kong, l’ateneo che mi ospiterà per i prossimi sei mesi e che mi offrirà lezioni di corpus linguistics, communication e management (oltre che – naturalmente – di cinese, sia mandarino che cantonese).

L’organizzazione dell’ateneo è chiaramente nello stile anglosassone: la struttura è enorme, ricca di servizi di ogni genere (dalla libreria alla sala audio/video, dall’aula computer alle aule di musica), ai quali puoi accedere solo ed esclusivamente dopo aver ottenuto la tua tessera magnetica. Tutto è ordinato, le procedure sono molto chiare, ma non possono assolutamente essere mescolate. Pena: il crash dei burocrati, che funzionano più o meno come automi e nel caso in cui qualcosa non va esattamente come si aspettavano entrano nel pallone, cancellano l’intera procedura e la fanno ripartire dall’inizio.

Nonostante sia evidente l’eredità anglosassone, nel cortile del Polytechnic si erge una grande bandiera della Repubblica Popolare Cinese, quasi a rimarcare – ancora una volta – come questa terra sia nuovamente patrimonio della grande potenza asiatica, che dal 1° luglio 1997 l’ha sottratta all’impero britannico.

[To be continued...]




lunedì 23 maggio 2011

I per... Iglesias - I per... Italia

pubblicata da Aeolo il giorno lunedì 23 maggio 2011 alle ore 12.46
Ci avete tolto tutto. Rubato il presente per cancellarci il futuro.

Tutto, perché è più facile governare una città piegata dal bisogno di una città ambiziosa. È più facile governare chi pensa a sopravvivere, che chi pensa a vivere.

L’avete fatto meticolosamente, in lunghissimi anni di politica sporca di strizzate d’occhio, appalti truccati e strette di mano. Prima nella penombra, poi sempre più alla luce del sole. Avete sorriso e scherzato sulla disperazione della gente, senza mai tentare di porvi rimedio. E mai lo farete, perché è proprio su questa disperazione che costruite il vostro potere.

Avete stuprato questa terra con la fetida politica di scambi e promesse, trasformando il diritto in favore, il giusto in privilegio. Avete disatteso il primo articolo della costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” e DEI RICATTI.

Ed è esattamente una città ricattabile che volevate. Una città debole, ripiegata su se stessa. La provincia di Iglesias è oggi l’ultima in Italia per PIL pro capite (14.346 euro per abitante a fronte dei 25.263 euro della media nazionale), un grande sistema in cui ciascuno dei 27.514 abitanti deve tener conto del vostro potere per vedersi onorare anche quei diritti che sono alla base della costituzione, come è il lavoro appunto.

Vi servivano pance vuote. Vi serviva il meticcio da caccia da lasciare in gabbia e a cui lanciare di tanto in tanto un panino per vincolarlo al vostro volere.

È semplice promettere qualcosa a chi non ha niente. Ma non è questo che fa più male, purtroppo. Addolora molto più vedere che quel panino e quelle ossa rosicchiate che lanciate diventino ragione di invidia e gelosie. Non più diritti, quindi, ma privilegi.

Avete affidato fondi pubblici alle aziende in cambio di assunzioni, obbligato all’assunzione in cambio di voti. Poi, come una bolla, tutto è scoppiato. I troppi dipendenti e la fine dei finanziamenti hanno fatto capire agli stessi imprenditori che il vostro gioco non poteva andare oltre. Sono scappati tutti, lasciando solo cassintegrati e disoccupazione. E l’orto si è fatto sempre più sterile, il frutteto sempre più marcio.

Ci avete tolto tutto. Rubato il presente per cancellarci il futuro. Ma la speranza cammina sulle nostre gambe e le nostre braccia vogliono costruire un mondo nuovo.

Godetevi questi ultimi anni di amara felicità.

Enrico Santus

domenica 17 aprile 2011

Esiste o no un'opinione pubblica nell’Unione Europea?


pubblicata da Aeolo il giorno lunedì 18 aprile 2011 alle ore 1.08


Esiste un’opinione pubblica europea? Nonostante i numerosi investimenti nell’informazione e nella creazione di nuovi canali mediatici comunitari, sembrerebbe di no. Bruxelles non fa notizia.

Durante il workshop “Informazione ed opinione pubblica europea” che si è tenuto domenica mattina all’Hotel La Rosetta si è parlato del perché.

Il fatto che i soggetti europei abbiano una visibilità molto limitata all’interno dei telegiornali italiani dipenderebbe, secondo il giornalista Alessio Cornia, autore del saggio Europocket Tv Italia, dall’utilizzo di un linguaggio poco adatto al pubblico, troppo tecnico e attaccato ai numeri piuttosto che alla notizia. Inoltre, secondo Cornia, il giornalismo italiano è «fortemente basato sul conflitto, per cui non paga un’istituzione, come quella europea, che non batte i pugni».

Ne nasce dunque un’opposizione tra la visione eurocentrica dei corrispondenti e quella dei direttori delle testate, che sanno di doversi confrontare con un pubblico interessato maggiormente alla politica nazionale. Così, per far passare le proprie notizie, i corrispondenti italiani escogitano strategie giornalistiche che perseguono le logiche nazionali, non tanto interessate a diffondere l’identità europea quanto piuttosto a far diventare Bruxelles una semplice sponda del dibattito pubblico nazionale.

Per Gaetano Barresi, capo redattore esteri del giornale di Radio Rai, bisogna gerarchizzare la notizia in base agli interessi del pubblico: «Io ricordo – ha detto – che quando erano stati aboliti i costi di ricarica l’informazione era uscita su tutti i media. Poi, naturalmente, a nessuno interessa la grandezza che devono avere i fusibili».

Altro problema riguarda la formazione. Si è infatti notato che nelle lauree che dovrebbero formare i futuri giornalisti mancano corsi che si occupino di tematiche europee. A proposito di formazione si è anche espresso Anguel Beremliysky, rappresentante della Commissione europea, che ha auspicato all’estensione del programma Erasmus anche al campo del giornalismo, visto che esperienze simili sono già stata applicate fruttuosamente ad altre categorie professionali: «La possibilità di viaggiare negli altri paesi europei e confrontarsi coi colleghi che fanno lo stesso lavoro permette di acquisire nuove competenze», ha affermato Beremliysky.

Fino ad oggi, quindi, l’Unione Europea esiste più come un’entità finanziaria che non come una comunità. La sfida più grande rimane, così, quella di formare i cittadini e diffondere un’identità europea consapevole. Questo risultato non può essere conseguito semplicemente attraverso la traduzione di format giornalistici nazionali nelle lingue dei 27 paesi dell’Unione, ma necessita di media dal forte carattere europeo, come Europocket Tv e RadioNews, un progetto di radio-web proposto venerdì scorso dal direttore di Radio Rai Uno Antonio Preziosi.

Enrico Santus

sabato 16 aprile 2011

Da Euronews a Radionews: polemiche al Festival

pubblicata da Aeolo il giorno sabato 16 aprile 2011 alle ore 9.55

Solleva polemiche la proposta di Antonio Preziosi, direttore di Radio Rai Uno, di fondare una radio pubblica europea che abbia un’identità maggiormente caratterizzata rispetto al progetto attualmente esistente, la Euranet.

Durante la conferenza che si è tenuta venerdì pomeriggio presso la Sala Raffaello dell’Hotel Brufani, sono intervenuti i vice presidenti del Parlamento europeo Roberta Angelilli e Gianni Pittella insieme al rappresentante della Commissione europea Thierry Vissol, all’assistente segretario generale della European Broadcasting Union a Ginevra Giacomo Mazzone e alla giornalista di Rai Parlamento Anna Piras, che ha moderato l’incontro.

Secondo quanto riportato da Pittella, Euranet lascerebbe perplesso anche il presidente José Manuel Barroso, che avrebbe lamentato la sua frammentazione, visto che «tale progetto consiste nell’unione di tante sigle che non condividono nemmeno il palinsesto». Affermazione, questa, che ha suscitato alcune reazioni discordi in sala.

Il progetto annunciato da Preziosi, che ancora deve essere definito nei dettagli dal vice direttore di Radio Rai Uno Vittorio Argento, consisterebbe nella realizzazione di una radio pubblica – probabilmente sul web – in più lingue e con palinsesto unificato, incentrato su programmi di cultura e informazione europea 24 ore su 24. Ciò che la distinguerebbe da Euronet sarebbe principalmente la proposta di una linea editoriale veramente europea, lontana dall’essere una semplice sommatoria delle esperienze nazionali. «Si potrebbero inserire giornali radio, approfondimenti, spazi di interazione e persino intrattenimento», ha detto Preziosi.

Tale progetto potrebbe vedere proprio nella Rai il principale playmaker. Ma ci sono due problemi fondamentali sollevati durante l’incontro: il primo riguarda l’audience, ovvero a chi dovrebbe rivolgersi una radio che tratta in maniera specifica di tematiche che finora hanno riscosso poco interesse anche sui media nazionali; il secondo riguarda invece i costi e la possibilità di trovare finanziamenti.

Per il primo punto, è stata Angelilli a sostenere che ci sia in giro «un’esigenza di informazione europea». La vice presidente del parlamento ha dunque accolto la proposta e, senza fare promesse, si è impegnata a esplorare tutte le strade possibili per dare vita al progetto e trovare i finanziamenti necessari a farlo partire.

«Una radio europea ci permetterebbe di colmare quel deficit democratico che si riscontra oggi in Europa: un divario che allontana i cittadini dalle istituzioni e che non permette la vera fondazione di un’identità europea», ha dichiarato Pittella.

Qualche dubbio è stato sollevato da Mazzone, il quale ha suggerito di partire dall’esperienza accumulata nel progetto già esistente di Euronews, che è un marchio già noto ed è – tra l’altro – «un progetto fortemente voluto dalla Rai». Secondo Mazzone, inoltre, si sta lavorando in un periodo favorevole, visto che dal 2013 sarà reso disponibile uno stock di frequenze che potranno essere applicate anche a progetti paneuropei e nel 2014 ci saranno le elezioni, che punteranno certamente a spingere tutti i canali mediatici.

Perplesso invece Vissel, che ha evidenziato i possibili costi del progetto, precisando inoltre che – diversamente da quanto era stato detto – Euronet prevede un coordinamento giornaliero. «I costi sono limitati: probabilmente molto più di quanto possiamo immaginare!», ha ribattuto prontamente Preziosi. «Considerata la condizione di austerity – ha aggiunto – potremmo partire con un progetto pilota, per poi svilupparlo man mano».

Mentre intanto si attendono i dettagli del progetto, i vice presidenti Angelilli e Pittella inizieranno a valutare insieme ai loro colleghi se esistono le prospettive per portarlo a compimento.

Enrico Santus

venerdì 15 aprile 2011

Il giornale, l’ossatura delle democrazie ai tempi del web


pubblicata da Aeolo il giorno venerdì 15 aprile 2011 alle ore 17.43




Non è vero che il giornalismo e la carta stampata moriranno a causa del web. Carlo De Benedetti, presidente del Gruppo Editoriale Espresso, è categorico: «Non solo il giornalismo non è destinato a morire nel XXI secolo, ma sarà sempre più un’infrastruttura portante delle nostre imperfette democrazie».

Introdotto da Massimo Mucchetti, vice direttore del Corriere della Sera, l’editore di Repubblica è intervenuto venerdì mattina al Teatro del Pavone di Perugia, in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo. «Un giornale – ha affermato – non può e non vuole vincolare i lettori alla sua opinione, ma può e deve aiutare i cittadini a farsi un’opinione. E lo può e deve fare non solo portando loro le informazioni, ma anche selezionandole e inserendole in un contesto».

Dunque, non bisogna temere che la funzione di mediazione svolta dai giornali non sia più necessaria: proprio in un periodo in cui milioni di informazioni viaggiano disordinatamente nella rete c’è bisogno di un buon giornalismo, capace di selezionare, ordinare, interpretare e proporre ai cittadini una rappresentazione della realtà il cui scopo non sia semplicemente informare, ma rendere più consapevoli i lettori. Questa idea di giornalismo nasce dal timore dell’editore che la moltiplicazione dell’informazione sul web si traduca semplicemente in un rumore di fondo da cui possono emergere le peggiori leadership populiste.

Ciò non significa, comunque, che il giornalismo non debba cambiare. Mentre un tempo si cambiava il modo di fare giornalismo ogni 50 anni, oggi la nascita di nuove tecnologie e nuovi strumenti impone un mutamento ogni due anni. La parola chiave per non soccombere diventa così “innovazione”: un’innovazione, però, che non può prescindere dalla necessità di affidarsi a giornalisti intellettualmente preparati e capaci di gerarchizzare le notizie. «Un tempo – ha detto De Benedetti – il giornalista doveva scovare le notizie; oggi il suo ruolo è più quello di selezionarle», così che possa continuare a svolgere quel ruolo di «cane da guardia del potere», necessario per assicurare la salute della democrazia.

Secondo l’editore torinese, il giornalista deve mantenere una certa indipendenza intellettuale, non adeguandosi troppo al mainstream editoriale: «Dovrebbe tenere un piede fuori e uno dentro, onde evitare di diventare una semplice propaggine del proprio editore».

Per quanto riguarda invece il web, De Benedetti lo reputa un’importante mezzo che i giornali possono e devono sfruttare per costituire delle “isole di informazione” che garantiscano la rilevanza e la qualità della notizia, in opposizione alla miriade di informazioni destrutturate che si trovano sul web.

Insomma, dietro il Gruppo Espresso c’è un’impresa editoriale conscia della propria identità, che – in quanto impresa – mira al profitto, ma anche a portare avanti una particolare «visione del mondo e del proprio Paese, in nome di quella che Piero Gobetti chiamava “una certa idea dell’Italia”».

Enrico Santus

mercoledì 13 aprile 2011

Calabria: il caro prezzo del giornalismo

pubblicata da Aeolo il giorno mercoledì 13 aprile 2011 alle ore 21.35



Lettere intimidatorie, proiettili, auto bruciate, intrusioni, furti, minacce, aggressioni. Questo il tema dell’incontro tenutosi mercoledì pomeriggio alle 18:30 presso la Sala Lippi dell’UniCredit, organizzato in collaborazione con l’Associazione Giornalisti Scuola di Perugia.

La conferenza, intitolata “Cronache dalla Calabria: volti e storie dei giornalisti minacciati dalla ‘ndrangheta”, ha visto la partecipazione di Pierpaolo Bruni, PM della procura di Catanzaro, Riccardo Giacoia, giornalista del TG1, Lucio Musolino, collaboratore de Il Fatto Quotidiano e La7, Roberto Rossi, giornalista e scrittore.

Gli ospiti hanno raccontato la loro esperienza personale, evidenziando il triste primato della Calabria nelle minacce ai giornalisti: sono stati registrati, infatti, ben 20 episodi tra il 2009 e il 2010 su un totale di 55 su scala nazionale.

Come ha fatto notare Roberto Rossi, la crescita di questo fenomeno è avvenuta negli ultimi anni anche a seguito di due avvenimenti principali: la nascita, 14 anni fa, del “Quotidiano della Calabria”, che ha abbandonato la mera cronaca per cercare di fare luce sul fenomeno nel complesso; la nascita di “Calabria ora”, un giornale composto da giovani redattori che «volendo affermarsi facevano anche del giornalismo un po’ indisciplinato, ma comunque importante al fine di portare l’attenzione sul fenomeno criminale», come ha spiegato Rossi.

Un attenzione, quella di “Calabria ora”, che non è piaciuta ai poteri mafiosi, che hanno reagito con minacce ai giornalisti e all’intera redazione, costringendo l’editore a seguire una linea più attenta e moderata. Uno dei giornalisti minacciati, Lucio Musolino, ha raccontato la sua vicenda, iniziata nel maggio 2010, quando – dopo la pubblicazione di un’informativa che riguardava il rapporto tra politica e ‘ndrangheta – il suo ex direttore è stato costretto alle dimissioni insieme ad altri otto redattori.

Da allora tutto cambia: a Musolino vengono censurati i pezzi dove figurano nomi di politici; gli viene proposto il trasferimento a Lamezia terme o Catanzaro; si avvia una campagna mediatica che lo trasforma da buon giornalista a giustizialista, “forcaiolo”. «A loro piacciono i giornalisti maggiordomi, quelli che copiano e incollano i comunicati stampa e non quelli che cercano di capire i rapporti tra mafia e politica», si è sfogato il giovane giornalista.

D’accordo anche Riccardo Giacoia, che ha raccontato il clima al TG1: «Non voglio parlarne perché ho un mutuo da pagare», ha scherzato, per poi raccontare come ha pubblicato alcune sue inchieste: «Ho approfittato dell’assenza del vicedirettore di turno e della buona fede di qualche collega, convincendolo della bontà del servizio».

«La ndrangheta – ha spiegato Paolo Bruni – se la prende coi giornalisti per la stessa ragione con cui se la prende con noi magistrati: perché possiamo abbattere l’omertà, quel cono d’ombra dentro cui si nasconde». Il magistrato ha poi aggiunto: «La differenza tra magistrato e giornalista è che mentre il primo deve trattare solo fatti provati, l’altro deve anche rendere noti quei comportamenti sospetti, come gli incontri nei salotti tra persone che non dovrebbero essere sedute sullo stesso divano».

Insomma, il giornalista in Calabria è spesso costretto a pagare un caro prezzo per eseguire onestamente il proprio lavoro, ma ciò non deve scoraggiarlo: ritirarsi significa perdere, significa comprimere il diritto dei cittadini ad essere informati. Un diritto che sta alla base della stessa democrazia.

Enrico Santus