In quale emisfero cerebrale è elaborato il linguaggio?

sabato 16 aprile 2011

Da Euronews a Radionews: polemiche al Festival

pubblicata da Aeolo il giorno sabato 16 aprile 2011 alle ore 9.55

Solleva polemiche la proposta di Antonio Preziosi, direttore di Radio Rai Uno, di fondare una radio pubblica europea che abbia un’identità maggiormente caratterizzata rispetto al progetto attualmente esistente, la Euranet.

Durante la conferenza che si è tenuta venerdì pomeriggio presso la Sala Raffaello dell’Hotel Brufani, sono intervenuti i vice presidenti del Parlamento europeo Roberta Angelilli e Gianni Pittella insieme al rappresentante della Commissione europea Thierry Vissol, all’assistente segretario generale della European Broadcasting Union a Ginevra Giacomo Mazzone e alla giornalista di Rai Parlamento Anna Piras, che ha moderato l’incontro.

Secondo quanto riportato da Pittella, Euranet lascerebbe perplesso anche il presidente José Manuel Barroso, che avrebbe lamentato la sua frammentazione, visto che «tale progetto consiste nell’unione di tante sigle che non condividono nemmeno il palinsesto». Affermazione, questa, che ha suscitato alcune reazioni discordi in sala.

Il progetto annunciato da Preziosi, che ancora deve essere definito nei dettagli dal vice direttore di Radio Rai Uno Vittorio Argento, consisterebbe nella realizzazione di una radio pubblica – probabilmente sul web – in più lingue e con palinsesto unificato, incentrato su programmi di cultura e informazione europea 24 ore su 24. Ciò che la distinguerebbe da Euronet sarebbe principalmente la proposta di una linea editoriale veramente europea, lontana dall’essere una semplice sommatoria delle esperienze nazionali. «Si potrebbero inserire giornali radio, approfondimenti, spazi di interazione e persino intrattenimento», ha detto Preziosi.

Tale progetto potrebbe vedere proprio nella Rai il principale playmaker. Ma ci sono due problemi fondamentali sollevati durante l’incontro: il primo riguarda l’audience, ovvero a chi dovrebbe rivolgersi una radio che tratta in maniera specifica di tematiche che finora hanno riscosso poco interesse anche sui media nazionali; il secondo riguarda invece i costi e la possibilità di trovare finanziamenti.

Per il primo punto, è stata Angelilli a sostenere che ci sia in giro «un’esigenza di informazione europea». La vice presidente del parlamento ha dunque accolto la proposta e, senza fare promesse, si è impegnata a esplorare tutte le strade possibili per dare vita al progetto e trovare i finanziamenti necessari a farlo partire.

«Una radio europea ci permetterebbe di colmare quel deficit democratico che si riscontra oggi in Europa: un divario che allontana i cittadini dalle istituzioni e che non permette la vera fondazione di un’identità europea», ha dichiarato Pittella.

Qualche dubbio è stato sollevato da Mazzone, il quale ha suggerito di partire dall’esperienza accumulata nel progetto già esistente di Euronews, che è un marchio già noto ed è – tra l’altro – «un progetto fortemente voluto dalla Rai». Secondo Mazzone, inoltre, si sta lavorando in un periodo favorevole, visto che dal 2013 sarà reso disponibile uno stock di frequenze che potranno essere applicate anche a progetti paneuropei e nel 2014 ci saranno le elezioni, che punteranno certamente a spingere tutti i canali mediatici.

Perplesso invece Vissel, che ha evidenziato i possibili costi del progetto, precisando inoltre che – diversamente da quanto era stato detto – Euronet prevede un coordinamento giornaliero. «I costi sono limitati: probabilmente molto più di quanto possiamo immaginare!», ha ribattuto prontamente Preziosi. «Considerata la condizione di austerity – ha aggiunto – potremmo partire con un progetto pilota, per poi svilupparlo man mano».

Mentre intanto si attendono i dettagli del progetto, i vice presidenti Angelilli e Pittella inizieranno a valutare insieme ai loro colleghi se esistono le prospettive per portarlo a compimento.

Enrico Santus

venerdì 15 aprile 2011

Il giornale, l’ossatura delle democrazie ai tempi del web


pubblicata da Aeolo il giorno venerdì 15 aprile 2011 alle ore 17.43




Non è vero che il giornalismo e la carta stampata moriranno a causa del web. Carlo De Benedetti, presidente del Gruppo Editoriale Espresso, è categorico: «Non solo il giornalismo non è destinato a morire nel XXI secolo, ma sarà sempre più un’infrastruttura portante delle nostre imperfette democrazie».

Introdotto da Massimo Mucchetti, vice direttore del Corriere della Sera, l’editore di Repubblica è intervenuto venerdì mattina al Teatro del Pavone di Perugia, in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo. «Un giornale – ha affermato – non può e non vuole vincolare i lettori alla sua opinione, ma può e deve aiutare i cittadini a farsi un’opinione. E lo può e deve fare non solo portando loro le informazioni, ma anche selezionandole e inserendole in un contesto».

Dunque, non bisogna temere che la funzione di mediazione svolta dai giornali non sia più necessaria: proprio in un periodo in cui milioni di informazioni viaggiano disordinatamente nella rete c’è bisogno di un buon giornalismo, capace di selezionare, ordinare, interpretare e proporre ai cittadini una rappresentazione della realtà il cui scopo non sia semplicemente informare, ma rendere più consapevoli i lettori. Questa idea di giornalismo nasce dal timore dell’editore che la moltiplicazione dell’informazione sul web si traduca semplicemente in un rumore di fondo da cui possono emergere le peggiori leadership populiste.

Ciò non significa, comunque, che il giornalismo non debba cambiare. Mentre un tempo si cambiava il modo di fare giornalismo ogni 50 anni, oggi la nascita di nuove tecnologie e nuovi strumenti impone un mutamento ogni due anni. La parola chiave per non soccombere diventa così “innovazione”: un’innovazione, però, che non può prescindere dalla necessità di affidarsi a giornalisti intellettualmente preparati e capaci di gerarchizzare le notizie. «Un tempo – ha detto De Benedetti – il giornalista doveva scovare le notizie; oggi il suo ruolo è più quello di selezionarle», così che possa continuare a svolgere quel ruolo di «cane da guardia del potere», necessario per assicurare la salute della democrazia.

Secondo l’editore torinese, il giornalista deve mantenere una certa indipendenza intellettuale, non adeguandosi troppo al mainstream editoriale: «Dovrebbe tenere un piede fuori e uno dentro, onde evitare di diventare una semplice propaggine del proprio editore».

Per quanto riguarda invece il web, De Benedetti lo reputa un’importante mezzo che i giornali possono e devono sfruttare per costituire delle “isole di informazione” che garantiscano la rilevanza e la qualità della notizia, in opposizione alla miriade di informazioni destrutturate che si trovano sul web.

Insomma, dietro il Gruppo Espresso c’è un’impresa editoriale conscia della propria identità, che – in quanto impresa – mira al profitto, ma anche a portare avanti una particolare «visione del mondo e del proprio Paese, in nome di quella che Piero Gobetti chiamava “una certa idea dell’Italia”».

Enrico Santus

mercoledì 13 aprile 2011

Calabria: il caro prezzo del giornalismo

pubblicata da Aeolo il giorno mercoledì 13 aprile 2011 alle ore 21.35



Lettere intimidatorie, proiettili, auto bruciate, intrusioni, furti, minacce, aggressioni. Questo il tema dell’incontro tenutosi mercoledì pomeriggio alle 18:30 presso la Sala Lippi dell’UniCredit, organizzato in collaborazione con l’Associazione Giornalisti Scuola di Perugia.

La conferenza, intitolata “Cronache dalla Calabria: volti e storie dei giornalisti minacciati dalla ‘ndrangheta”, ha visto la partecipazione di Pierpaolo Bruni, PM della procura di Catanzaro, Riccardo Giacoia, giornalista del TG1, Lucio Musolino, collaboratore de Il Fatto Quotidiano e La7, Roberto Rossi, giornalista e scrittore.

Gli ospiti hanno raccontato la loro esperienza personale, evidenziando il triste primato della Calabria nelle minacce ai giornalisti: sono stati registrati, infatti, ben 20 episodi tra il 2009 e il 2010 su un totale di 55 su scala nazionale.

Come ha fatto notare Roberto Rossi, la crescita di questo fenomeno è avvenuta negli ultimi anni anche a seguito di due avvenimenti principali: la nascita, 14 anni fa, del “Quotidiano della Calabria”, che ha abbandonato la mera cronaca per cercare di fare luce sul fenomeno nel complesso; la nascita di “Calabria ora”, un giornale composto da giovani redattori che «volendo affermarsi facevano anche del giornalismo un po’ indisciplinato, ma comunque importante al fine di portare l’attenzione sul fenomeno criminale», come ha spiegato Rossi.

Un attenzione, quella di “Calabria ora”, che non è piaciuta ai poteri mafiosi, che hanno reagito con minacce ai giornalisti e all’intera redazione, costringendo l’editore a seguire una linea più attenta e moderata. Uno dei giornalisti minacciati, Lucio Musolino, ha raccontato la sua vicenda, iniziata nel maggio 2010, quando – dopo la pubblicazione di un’informativa che riguardava il rapporto tra politica e ‘ndrangheta – il suo ex direttore è stato costretto alle dimissioni insieme ad altri otto redattori.

Da allora tutto cambia: a Musolino vengono censurati i pezzi dove figurano nomi di politici; gli viene proposto il trasferimento a Lamezia terme o Catanzaro; si avvia una campagna mediatica che lo trasforma da buon giornalista a giustizialista, “forcaiolo”. «A loro piacciono i giornalisti maggiordomi, quelli che copiano e incollano i comunicati stampa e non quelli che cercano di capire i rapporti tra mafia e politica», si è sfogato il giovane giornalista.

D’accordo anche Riccardo Giacoia, che ha raccontato il clima al TG1: «Non voglio parlarne perché ho un mutuo da pagare», ha scherzato, per poi raccontare come ha pubblicato alcune sue inchieste: «Ho approfittato dell’assenza del vicedirettore di turno e della buona fede di qualche collega, convincendolo della bontà del servizio».

«La ndrangheta – ha spiegato Paolo Bruni – se la prende coi giornalisti per la stessa ragione con cui se la prende con noi magistrati: perché possiamo abbattere l’omertà, quel cono d’ombra dentro cui si nasconde». Il magistrato ha poi aggiunto: «La differenza tra magistrato e giornalista è che mentre il primo deve trattare solo fatti provati, l’altro deve anche rendere noti quei comportamenti sospetti, come gli incontri nei salotti tra persone che non dovrebbero essere sedute sullo stesso divano».

Insomma, il giornalista in Calabria è spesso costretto a pagare un caro prezzo per eseguire onestamente il proprio lavoro, ma ciò non deve scoraggiarlo: ritirarsi significa perdere, significa comprimere il diritto dei cittadini ad essere informati. Un diritto che sta alla base della stessa democrazia.

Enrico Santus

SAVIANO: BLOCCHIAMO LA MACCHINA DEL FANGO

pubblicata da Aeolo il giorno mercoledì 13 aprile 2011 alle ore 12.03



È iniziato con una battuta l’intervento di Roberto Saviano al Teatro Pavone di Perugia per inaugurare il Festival del Giornalismo: «Biagi mi aveva detto scherzando che sarei stato odiato per quello che scrivevo. Mi disse: “Per esempio, quando diverrai primo, verrai odiato dal secondo che hai superato”. Così quando l’editore mi chiamò per dirmi che ero primo in classifica sono corso a vedere chi avevo superato: il Papa».

Scrosci d’applausi e poi via, a raccontare la macchina del fango. Quel sistema di delegittimazione che si mette in moto ogni volta che il potere viene criticato e si sente in pericolo. Un sistema a orologeria, infallibile, che si radica nella psicologia della gente. Anche di quella brava, ingenua, in buona fede.

È un allarme quello lanciato da Saviano: «Se ti opponi – ha detto – non sarai ucciso (almeno non per adesso), ma di certo sarai delegittimato: faranno in modo che le tue parole perdano valore e useranno il metodo dell’insinuazione».

Lo scrittore non ha dubbi: la strategia che sta portando avanti il potere non è quella di difendersi, ma quella di delegittimare. Il meccanismo è quello che sta alla base di messaggi come: “Guardate che queste cose le fanno tutti: tutti hanno gli scheletri nell’armadio. Tutti sporchi, nessuno sporco”.

È la cosiddetta “logica del peggiore”. Quella che ci permette di pulirci la coscienza pensando che anche chi si è dimostrato più bravo, coerente e coraggioso di noi sia comunque corrotto. È tutta una grande giustificazione per tenerci mediocri, per non permetterci più di riconoscere cosa è giusto da cosa è sbagliato, cosa è meglio da cosa è peggio: «Tutti sbagliano – ha precisato Saviano – siamo uomini. Però una cosa è aver sbagliato, una cosa è essere corrotti».

La macchina del fango non mira a rafforzare i nemici delle vittime, ma a indebolire e spaccare i loro amici. Vuole isolarle, farle passare per bugiarde, instillando il dubbio dell’onestà. Secondo la logica perversa della macchina del fango, deve esserci qualcosa di sporco dietro queste persone, altrimenti non si sarebbero esposte tanto. In questo modo Don Peppe Diana era un pedofilo o conservava armi; Falcone era un arrivista televisivo; Boffo un omosessuale; Fini il proprietario occulto di un appartamento a Monte Carlo.

Le vittime sono giornalisti, politici, magistrati, attivisti. In poche parole tutti coloro che si oppongono al sistema di potere: sia esso quello mafioso o quello legale.

L’arsenale della macchina del fango è composta dai megafoni mediatici, ma anche dalle migliaia o milioni di bocche delle persone innocenti, che spesso perpetuano l’insinuazione senza sapere il male che fanno. «Durante una trasmissione televisiva – ha raccontato Saviano – una ragazza chiese a Falcone senza alcuna malignità: “Ma se lei ancora vivo, chi la difende?”. Falcone abbassò la testa, guardò il pavimento e poi rispose: “Per essere creduti dobbiamo morire”. Corrado Augias, che lo stava intervistando, notò la durezza della constatazione e Falcone, sempre guardando a terra, commentò ancora una volta: “È vero, è così”».

Prima di chiudere il suo intervento, Saviano ha lanciato un appello a tutti coloro che si trovavano al Teatro Pavone e coloro che seguivano la diretta attraverso internet o Sky: «È facilissimo cascare dentro queste insinuazioni, anche in buona fede: così le si perpetua, le si diffonde ancora di più. Io mi appello ad ogni individuo, uomo e donna, che mi sta ascoltando: quando sentirete delle accuse che non sono critiche, ma sono la solita “sono tutti la stessa schifezza”, puro fango, fermatele. Aiutate la difesa di chi cerca un percorso diverso, cosicché possa andare avanti».

Enrico Santus

venerdì 1 aprile 2011

Gino Strada: "Un blocco navale intorno alla Caserma"

pubblicata da Aeolo il giorno venerdì 1 aprile 2011 alle ore 18.27




È stato accolto da un lungo applauso Gino Strada, intervenuto lunedì scorso nella Sala Azzurra della Scuola Normale per parlare dell’inadeguatezza della guerra come metodo di risoluzione dei conflitti. In occasione degli incontri del Bicentenario, il fondatore di Emergency ha ribadito che «la pace dovrebbe essere ovvia, scontata, mentre la guerra dovrebbe essere abolita, diventare un tabù al pari di schiavitù e incesto».

La sua idea – che sta anche alla base di Emergency, l’ONG italiana che dal 1994 ha curato oltre 4 milioni di persone nei teatri di guerra – partì, vent’anni fa, dall’esame dei registri operatori degli ospedali della Croce Rossa di Kabul, nei quali risultava chiaro come l’83% dei 12.000 pazienti operati non avesse preso parte agli scontri. «Nei conflitti odierni – ha detto Strada – le vittime civili sono oltre il 90%, a prescindere da chi li promuove e quali ne siano le motivazioni».

Inoltre, a spingerlo su così decise posizioni c’è la convinzione che anche qualora le guerre abbattano i tiranni, non riescano comunque a sconfiggere le logiche violente che essi rappresentano: lo dimostra il riarmo seguito al 1945. «Da quanto riporta l’Istituto di Ricerca sulla Pace di Stoccolma – ha dichiarato il chirurgo – oggi si spendono 50.000 $ al secondo per le armi, l’equivalente di ciò con cui vivono 2 miliardi di poveri».

Premettendo che la guerra è sempre una scelta e mai una necessità, il fondatore di Emergency ha suggerito di affidarsi maggiormente al manifesto per il disarmo lanciato nel 1955 da Russel e Einstein piuttosto che a «una classe politica che pensa solamente ai propri interessi, senza consultare il popolo nemmeno su quelle scelte che ne condizionano la vita quotidiana, come la privatizzazione di sanità e istruzione».

A tale proposito, Strada ha anche commentato la decisione di realizzare l’Hub militare a Pisa: «Mi piacerebbe sapere con quale partecipazione democratica siano state prese tali decisioni: non mi pare di aver visto pisani molto sensibili alla guerra, coi volti truci e gli elmetti in testa. 60 milioni di euro per un centro di istruzione, cultura e ricerca sarebbero stati spesi meglio».

Infine, per impedire che la “Giornata della solidarietà” del 28 aprile prossimo venga organizzata presso la Caserma, Gino Strada ha scherzato citando la proposta leghista contro gli sbarchi a Lampedusa: «Fate un blocco navale davanti alla caserma!».

Enrico Santus

domenica 20 marzo 2011

Quando Napoleone sconfisse la coalizione austro-russa nella battaglia di Austerlitz, prese sotto braccio il diplomatico Talleyrand e lo portò nel campo di battaglia per mostrargli i cadaveri dei soldati francesi. Talleyrand, che era uomo da salotto piuttosto che da campo di battaglia, camminava schifato in mezzo a quel mucchio di cadaveri putrescenti senza comprendere i motivi della macabra passeggiata. D'un tratto, superati gli ultimi cadaveri, Napoleone si voltò verso il nobile e guardandolo negli occhi gli disse: "Tutto ciò perché tu sappia quanto è costata questa guerra quando dovrai negoziare la pace".

Ed è proprio chi vuole parlare di pace che porterei sul campo di battaglia di Bengasi. Angelo Del Boca, ad esempio, che sul Manifesto di oggi ha spolverato il ricatto morale del colonialismo per difendere la SUA idea di pace (http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2011/mese/03/articolo/4330/). Vorrei che dialogasse con la madre di Mohamed Said Mahdi, il cui corpo è stato da poche ore lavato e avvolto in un lenzuolo bianco. Cosa importa se il volto del 24enne è sfigurato? Se l'occhio sinistro non c'è più? Cosa importa se oggi a Bengasi Mohamed è la settantesima vittima?

Farei una bella passeggiata con Del Boca e tutti quei pacifisti che la pensano come lui. Quelli che si sono appellati alle contraddizioni dei nostri leader o all'odor di petrolio per criticare questa guerra; quelli che hanno citato la Costituzione italiana, rifacendosi all'incipit dell'articolo 11 (L'Italia ripudia la guerra) e censurando tutto il resto dell'articolo (L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo).

So che dichiararsi pacifisti permette di dormire sogni tranquilli. So anche che l'indifferenza non sporca le coscienze se avvolta nella bandiera dell'ideologia. E so, infine, quale è stata la logica dei vostri pensieri.

Premessa maggiore: La Libia produce petrolio, il Ruanda non produce niente;

Premessa minore: Si è intervenuti in Libia, ma non in Ruanda;

Conclusione: Si è intervenuti per il petrolio.

Ciò che mi sfugge, però, è la proposta che si estrapola dalle vostre critiche. Una proposta che avrei una certa difficoltà a definire PACIFISTA: "Per coerenza, si lasci che il genocidio prosegua, tanto non è né il primo né l'ultimo dramma africano".

Enrico Santus

venerdì 18 marzo 2011

Davigo: "Un disegno di legge che prende di mira il pubblico ministero" - AEOLO

pubblicata da Aeolo il giorno venerdì 18 marzo 2011 alle ore 19.58

La riforma della Giustizia approvata dal Consiglio dei Ministri lo scorso 10 marzo non è piaciuta al consigliere della Corte Suprema di Cassazione Piercamillo Davigo.

In occasione della conferenza sui reati contro la Pubblica Amministrazione tenutosi lunedì pomeriggio in Sapienza, l’ex pm di Mani Pulite l’ha definita «un disegno di legge che prende di mira il pubblico ministero con la chiara intenzione di allontanarlo dal giudice per limitarne l’indipendenza e dalla polizia giudiziaria per limitarne l’efficienza».

Durante l’incontro, al quale hanno partecipato anche la giornalista d’inchiesta Rosaria Capacchione (sotto scorta a causa delle ripetute minacce) e i professori Alberto di Martino e Giovannangelo De Francesco, Davigo ha tenuto a precisare che «Il pubblico ministero non è il rappresentante dell’accusa, ma il rappresentante della legge».

In Italia, hanno detto i relatori, la corruzione è un fenomeno molto diffuso e che raramente si limita ad essere un caso isolato, divenendo così anche sentinella della presenza di strutture criminali organizzate.

«Si tratta di un fenomeno seriale e diffusivo», ha affermato Davigo. Seriale perché chi lo pratica una volta tende a ripeterlo; diffusivo perché necessita di un ambiente favorevole, per cui vengono coinvolti i propri pari ed eliminati gli onesti.

Dall’analisi uscita dalla conferenza, la corruzione non può essere sconfitta semplicemente con nuove norme, specie se si considera – come ha sostenuto Davigo – che negli ultimi 15 anni il Parlamento ha reso più difficili le indagini e i processi: l’Italia dovrebbe piuttosto allinearsi alle convenzioni internazionali e iniziare a preoccuparsi della questione morale.

Requisito fondamentale, infine, è secondo Davigo l’indipendenza degli organi preposti a combatterla: «Del resto – ha concluso il magistrato – il Presidente del Consiglio è stato molto chiaro: “Mani Pulite non sarebbe stata possibile con questa riforma”».

Enrico Santus