In quale emisfero cerebrale è elaborato il linguaggio?

giovedì 17 marzo 2011

Auguri all'Italia, auguri agli Italiani

Auguri all'Italia, auguri agli Italiani

pubblicata da Aeolo il giorno giovedì 17 marzo 2011 alle ore 20.26

«Un’espressione geografica», niente di più. Così appariva l’Italia agli occhi del principe austriaco von Metternich nel 1847.

Mancava meno di anno dalla prima guerra d’indipendenza, che vide le insurrezioni di Milano e Venezia contro gli austriaci, l’intervento di Carlo Alberto di Savoia e la formazione di governi provvisori in Toscana e a Roma, e l’Italia veniva schernita perché poco cosciente della propria identità. Schernita perché ignorante della propria storia civile e culturale.

Un’espressione geografica, quell’Italia, che era stata culla dell’Impero Romano e del diritto, ripreso poi in tutto l’Occidente; Un’espressione geografica, quell’Italia, culla anche del Rinascimento, di quel nuovo modo di intendere l’uomo e il mondo dopo gli anni bui del Medioevo. Un’espressione geografica, però, che non sapeva tutto ciò.

L’avevano capito le potenze europee, che durante il Congresso di Vienna se ne erano spartite i brandelli, affidandosi a quei principi di equilibrio e legittimità che avevano l’unico intento di ripristinare e proteggere gli antichi poteri. E tutto ciò in un’epoca di nazionalismi, in cui lingua e valori tradizionali iniziavano ad assumere una carica simbolica capace muovere le masse contro quegli stessi principi conservativi.

L’Italia viveva una situazione anomala, poiché le masse non parlavano una lingua comune, ma dialetti differenti. Inoltre era bassissimo il livello di alfabetizzazione e ancora più basso quello di scolarizzazione.

Il sentimento patriottico necessario a liberare l’Italia dagli occupanti e renderla finalmente una nazione unica e indipendente non poteva nascere se non tra gli intellettuali, gli unici che parlassero in quella “lingua del sì” che Dante per primo promosse a lingua nazionale.

Una lingua ancora troppo elaborata, troppo latineggiante per diventare una lingua popolare. Una lingua che fino ad allora era rimasta prerogativa di cancellerie e scambi epistolari tra scrittori e filosofi, mentre il popolo spesso non era nemmeno in grado di comprenderla. Dovette impegnarsi il Manzoni a “lavare i panni in Arno” per rendere quella lingua più semplice, utilizzando nella terza edizione de “I promessi sposi” quel vocabolario che diverrà poi la base dell’attuale italiano.

Mazzini, Garibaldi, Pisacane, Cattaneo, Saffi, Mameli, i fratelli Bandiera, Cavour. Tutti nomi (e ce ne sono moltissimi altri) che oggi appaiono così normali, così scontati. Forse perché li abbiamo letti mille volte nelle vie e nelle piazze delle nostre città oppure perché semplicemente non riusciamo a guardarci indietro tenendo da parte il senno di poi. Nomi normali, insomma, come se per forza la storia avesse dovuto prendere questa piega. Come se per forza queste persone avessero dovuto sacrificare la loro vita (e qualche volta la loro morte) per la fondazione di questo Paese.

Naturalmente, non è così. Si tratta di persone e, come tali, avrebbero potuto scegliere percorsi di vita più semplici, accettando la dominazione straniera e sopportandone le ingerenze. Ma cosa ne sarebbe stato dell’Italia?

Questo si dovrebbe chiedere chi oggi non festeggia l’Unità, vuoi per orgoglio padano, per orgoglio meridionale o perché semplicemente vede l’Unità d’Italia solamente come una conquista del regno Sabaudo.

Visioni queste che dipendono in gran parte da ricostruzioni storiche poco brillanti, incapaci per lo più di contestualizzare gli avvenimenti e valutare le altre possibili prospettive. Come è possibile, infatti, non riconoscere che dalla conquista Sabauda a oggi l’Italia – seppur attraverso un’alternarsi di eventi positivi e tragici – ha raggiunto un’elevata coscienza sociale e civile, entrando a far parte delle più importanti potenze economiche mondiali e garantendo una vita dignitosa ai propri cittadini? Come è possibile dimenticare che dal 1946 la monarchia sabauda è stata abolita e l’Italia si è costituita in una repubblica fondata su una delle più belle costituzioni che siano mai state scritte?

Piuttosto che credere alla retorica indipendentista, sarebbe bene porsi alcune domande. Che ne sarebbe stato della Padania o del Sud nell’economia globalizzata e in un mondo che tende sempre più a congregare Stati, capacità e conoscenze? Quanta parte del brigantaggio è nata spontaneamente a seguito della cattiva amministrazione del neo-Stato italiano e quanta è stata manovrata dai Borbone nel vano tentativo di riconquistare il potere?

Massimo d’Azeglio, a unità compiuta, disse: «Abbiamo fatto l'Italia ora dobbiamo fare gli italiani». Si tratta di una frase che riacquista un certo valore oggi, soprattutto a seguito della cattiva amministrazione di buona parte del mondo politico, concentrato solamente a proteggere e conservare i propri interessi. Una cattiva amministrazione che non può che ripercuotersi sulla fiducia nelle Istituzioni e quindi anche nel sentimento dei cittadini di sentirsi o meno italiani.

Ed è proprio questo desiderio di italianità che dobbiamo recuperare, un sano sentimento patriottico e unitario che dovrebbe guidarci verso il bene del Paese, perché in fondo non è altro che il bene di noi stessi e delle generazioni che ci seguiranno, come noi abbiamo seguito i nostri padri.

Auguri all’Italia, auguri agli italiani.

Enrico Santus


sabato 5 febbraio 2011

[AEOLO NEWS] - Aeolo VI, uscita e presentazione!

pubblicata da Aeolo il giorno sabato 5 febbraio 2011 alle ore 15.17




Gentile lettore/trice,

siamo felici di informati dell'uscita, in questi giorni, del nuovo numero di Aeolo.

Il tema di questo numero è la criminalità organizzata analizzata da prospettive fra loro differenti, raccontata da punti di vista differenti.

L’idea di dedicare l’intero numero a quest’argomento nasce da un ciclo di seminari tenuti da Roberto Saviano alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Alla voce di Saviano, nelle pagine della rivista, s’intrecciano quelle altrettanto autorevoli, in materia, di Umberto Santino, Jose Pirjevec, Davide Barletti, Anaïs Ginori, Giovanni Giovannetti, Laura Sanna.

A impreziosire il numero accorre anche la bella intervista a Massimo Ciancimino, realizzata dal nostro direttore Enrico Santus e dalla redattrice Giorgia Santaera.

Aeolo IV – La criminalità organizzata sarà presentato il 17 febbraio presso il Teatro Lux di Pisa (Piazza Santa Caterina) alle ore 19:00. L’evento sarà anticipato da un aperitivo cui seguiranno la presentazione della rivista e una lettura dei testi più rappresentativi.

Il numero - edito da Felici Editori al prezzo di 4,90 € - è disponibile dai primi di Febbraio in molte librerie, edicole, in tutta Italia (i punti di distribuzione, nel dettaglio, li trovate qui).

Inoltre, è possibile abbonarsi contattando la redazione all’indirizzo aeolo.red@gmail.com o direttamente sul sito www.aeolo.it. Registrandosi al sito è anche possibile leggere i numeri precedenti gratuitamente.

Nel ringraziarti per l'interesse, ti porgiamo i più

Cari Saluti

Ufficio stampa Aeolo

(Andrea Corsiglia)

Tirreno, 2 febbraio 2011

giovedì 3 febbraio 2011

A Pisa si cerca più "Escort" che "Aereo"

La parola “escort”, ormai entrata nel dizionario comune a seguito dei ripetuti scandali che hanno coinvolto il Premier Silvio Berlusconi, ha una storia lunga, che l’ha vista passare – per così dire – di gente in gente, nascendo probabilmente dal latino *excorrigere (“raddrizzare”) per giungere attraverso l’italiano e il francese medievale alla forma inglese “escort”, così come la conosciamo oggi. Forma, tra l'altro, derivante dall'uso di alcune agenzie che - negli anni Settanta - facevano accompagnare i businessman londinesi da belle e giovani ragazze, senza troppo preoccuparsi di cosa tra queste e il businessman accadesse, onde evitare l'accusa di sfruttamento della prostituzione.

E se è lunga la sua trafila linguistica, è certamente ancora più lunga la lista di siti internet che a Pisa e provincia mettono in vetrina questo tipo di prodotto. Cercando infatti su Google le parole “escort Pisa”, otteniamo in 0,05 secondi circa 118.000 risultati in lingua italiana. Quantità notevole, se proporzionata al corrispettivo simmetrico, ovvero “gigolò Pisa”, che ottiene in più del doppio del tempo (0,12 secondi) meno di un centesimo degli indirizzi, cioè solo – si fa per dire – 1.730 risultati.

Naturalmente sarebbe un grave errore considerare tutti questi risultati come vetrine di escort e gigolò, ma l’enorme quantità di siti italiani che riportano queste parole è rappresentativo del loro uso. Salta all’occhio anche la sproporzione tra la ricerca di escort e gigolò.

Infatti, analizzando il servizio Google AdWords, che permette di inserire degli annunci a pagamento su Google, la stringa “gigolò Pisa” non verrebbe cercata nemmeno una volta al mese e sarebbe pertanto valutata a click solo 0,05 €, mentre la stringa “escort Pisa” verrebbe cercata circa 5.400 volte al mese, facendo lievitare il costo per click (CPC) a 0,10 €. Cifra che – con buona pace dell’aeroporto – non raggiunge nemmeno la stringa “aereo Pisa”, cercata solo 1.000 volte al mese e con costo per click valutato a 0,05 €.

Insomma, che un via vai di escort non avvenisse solamente ad Arcore era un fatto certo, ma che una larga parte degli internauti nella provincia di Pisa preferisse altro al viaggiare non l’avrebbe scoperto nessun sondaggio.

Enrico Santus

Assemblea intersindacale per commissione statuto elettiva UNIPI

Si è tenuta martedì mattina l’Assemblea intersindacale per discutere la composizione della commissione statuto, che dovrà riorganizzare nei prossimi sei/nove mesi l’Università di Pisa in conformità a quanto imposto dalla legge Gelmini.

Durante l’assemblea è stata esaminata la lettera inviata lunedì scorso dal rettore Massimo Augello, nella quale venivano delineate le linee guida da seguire. Linee guida, peraltro, ampiamente contestate durante l’assemblea stessa, in quanto renderebbero «poco trasparente e autoreferenziale la designazione dei membri nella seduta congiunta di Senato Accademico e CdA del 9 febbraio».

Pur riconoscendo la necessità di insediare quanto prima la commissione – onde evitare che le modifiche statutarie vengano lasciate ai commissari inviati dal Ministero – nel documento approvato dalla seduta si sostiene l’impossibilità di «escludere i precari della ricerca dalla Commissione» e si richiede l’indizione quanto prima di «elezioni dirette, finalizzate a determinare la composizione dell'organo in maniera democratica». Viene poi sollevato un altro punto, che tuttavia era già stato preso in considerazione dalla lettera del rettore, ovvero l’apertura a «un continuo confronto con l'esterno attraverso molteplici momenti pubblici per garantire la possibilità che tutto il mondo accademico possa partecipare alla riscrittura delle regole di base».

L’assemblea ha infine richiesto che il rettore faccia domanda al Ministero di inserire l’ateneo di Pisa nella sperimentazione prevista dall’articolo 1, comma 2 della legge 240/2010, nella quale si prevede che le Università “virtuose”, che hanno conseguito stabilità e sostenibilità del bilancio, nonché risultati di elevato livello nel campo della didattica e della ricerca, possano sperimentare propri modelli funzionali e organizzativi diversi da quelli previsti per gli altri atenei.

Enrico Santus

giovedì 6 maggio 2010

Recensione a "Questo è il paese che non amo" di Antonio Pascale



"Questo è il paese che non amo" è un saggio che scorre rapido come un romanzo. Antonio Pascale ci accompagna attraverso riflessioni autobiografiche, filosofiche e scientifiche in un'Italia senza stile, incapace di raccontarsi se non attraverso gli stessi termini brutali che vorrebbe (e dovrebbe) cancellare. Termini che, citando Kundera, Pascale attribuisce al desiderio di produrre la seconda lacrima. Non la prima, quella spontanea e genuina, ma la seconda, quella che nasce dalla commozione provocata dal pensiero di quanto sia bello e giusto piangere in quel momento.

A tal proposito, appare tagliente la critica al testo "I maiali" di Antonio Moresco, racconto nel quale viene attaccato il vouyerismo mediatico che si era sviluppato durante la tragedia che portò alla morte di Alfredino Rampi, caduto in un pozzo nel 1981. Moresco concludeva il racconto sostenendo che Alfredino, pur raggiunto da un soccorritore, non gli avrebbe dato la mano perché schifato dalla gente là sopra. Pascale si domanda se non vi fossero altri modi per muovere la stessa critica oltre a quello di utilizzare il medesimo vouyerismo mediatico, ed anzi superarlo entrando addirittura dentro al pozzo col bambino.

Il saggio ripercorre gli eventi politici e culturali che hanno caratterizzato l'Italia degli ultimi trent'anni: dall'arrivo degli immigrati senegalesi in Campania fino alla nascita delle televisioni commerciali, dal caso Di Bella al caso Englaro. Pascale non lancia sentenze: il suo procedere è cauto e riflessivo, ricco di punti interrogativi e attento a riportare fatti e dati.

Questo suo procedimento va in controtendenza rispetto a quegli intellettuali che, privi di conoscenze scientifiche, hanno trasformato questioni molto serie in simboli, semplificando la realtà in contrapposizioni manichee: bene versus male, naturale versus artificiale. Si chiede Pascale se questo "romanticismo" ha veramente aiutato a comprendere, oppure se ha semplicemente alimentato la confusione.

Ragione ed emozioni (tema già affrontato anche nel saggio Scienza e sentimento, Einaudi) sono quindi due parole che non possono convivere pacificamente: la realtà ci richiede un'analisi attenta, basata su dati concreti e non sul cuore. Emblematico di questa situazione è il caso di Vandana Shiva, che dichiarò nel marzo 2009 che "I semi sterili del cotone OGM" avevano causato "centomila suicidi tra i contadini indiani". Sentito ciò, Pascale immagina "schiere di giornalisti [...] prendere nota di questa affermazione perfetta [...] e riprodurla, amplificarla in cento, mille inchieste televisive, radiofoniche, giornalistiche: zoomare sempre, zoomare ancora". Poi, dopo aver chiarito che quei semi sono stati impropriamente definiti "OGM", Pascale fa riferimento al rapporto dell'IFPRI (Istituto internazionale di ricerca sulle politiche alimentari), nel quale si constata negli ultimi undici anni una diminuzione dei suicidi dei contadini dall'1,71 a 1,55 ogni 100.000 abitanti al fronte di un aumento esponenziale delle coltivazioni incriminate da Vandana Schiva (da 508.000 a 1,8 milioni di ettari solamente nella provincia di Maharashtra tra il 2005 e il 2006).

Chiamando in causa testi di critica cinematografica e letteraria, ma anche trame di film e articoli giornalistici, lo scrittore casertano promuove uno stile di narrazione attento a non cercare la seconda lacrima, in quanto le emozioni che essa suscita annichiliscono l'iniziativa, scaricano la responsabilità. Diviene così centrale, nel saggio, più ancora dell'oggetto da studiare il modo in cui si osserva tale oggetto. Pascale si domanda se sia possibile raccontare l'altro da noi senza prima esaminare il proprio sguardo.

La proposta che l'autore sembra portarsi dietro durante tutto l'arco delle 188 pagine è quella ereditata da Goffredo Parise, ovvero congiungere la democrazia e la pedagogia, nella speranza di creare una classe intellettuale onesta, capace di analizzare in maniera laica e scientifica i problemi e quindi insegnare con stile il modo in cui affrontarli, evitando i simboli e le banali semplificazioni. Solo allora si arriverà ad una democrazia vera e propria, poiché - spiega l'autore - le opinioni degli intellettuali verrebbero "lette dai nostri politici di riferimento e tradotte, poi, in una serie di leggi, norme, circolari esplicative che dovrebbero portare benefici e miglioramenti al mondo che abitiamo".


Enrico Santus

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domenica 25 aprile 2010

Odio gli indifferenti [...] sento di non dover sprecare le mie lacrime (Antonio Gramsci)

Discorso tenuto da Enrico Santus, direttore di Aeolo, il 25 aprile 2010 in occasione della celebrazione del 65mo anniversario dalla Liberazione a Pisa organizzata dal Popolo Viola.







Oggi è un giorno importante per l’Italia. Oggi è un giorno importante per tutti gli italiani.
Lo dovrebbe essere per lo meno, sia per la Sinistra che per la Destra. Lo dovrebbe essere sia per il Sud che per il Nord.
Esattamente 65 anni fa, uomini e donne di tutte le età imbracciarono per la prima volta nella loro vita un’arma e si dettero alla macchia. Non erano addestrati. Molti di loro non avevano mai visto un fucile. Nessuno di loro si aspettava di doverlo imbracciare per difendere la Patria.

Chiunque vorrebbe avere la garanzia di invecchiare. Invece, qualcosa spinse quegli italiani a combattere un nemico, quello nazista, che non risparmiava né civili né oppositori.
Uomini e donne, giovani e anziani, partivano sapendo che probabilmente non sarebbero tornati. Provenivano da realtà molto diverse gli uni dagli altri. Spesso, addirittura, supportavano idee politiche contrastanti, ma avevano a cuore una cosa: la libertà.
Era proprio la libertà che accomunava liberali e comunisti, cattolici e socialisti, anarchici e monarchici. La libertà di vivere dignitosamente e la libertà di esprimere il proprio pensiero senza alcun limite, senza alcuna paura. La libertà, insomma, di dire finalmente “NO” al fascismo e al nazismo.

Quasi dieci anni dopo, nel 1954, nel Teatro Lirico di Milano Piero Calamandrei ricordava il periodo della resistenza affermando: “Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini”.
Quel 25 APRILE 1945 si stavano ponendo le basi per la nostra Italia. Crollava una monarchia ed una dittatura e nascevano una repubblica ed una democrazia. Ed è proprio in quel giorno primaverile che si gettavano i presupposti per quella che – in soli due anni – divenne una delle migliori costituzioni al mondo, la Costituzione Italiana, capace di tutelare ancora i nostri diritti.
Ci hanno provato in tanti ad attaccarla. Tanti provano tuttora a comparare i repubblichini, complici dei nazisti, ai partigiani che hanno dato la vita per la libertà. Commemorare i morti, tutti i morti, è certo cosa buona: lo si faccia il 2 novembre. Il 25 APRILE si commemora la Liberazione e tutti coloro che hanno lottato per ottenerla.

Ma cosa spingeva uomini e donne tanto diversi in ideali, desideri e aspettative ad imbracciare un fucile? Cosa spingeva queste persone a rischiare la vita per una causa di cui probabilmente non avrebbero potuto godere i benefici? Non sarebbe stato molto più semplice adattarsi ad una realtà che, per quanto misera, garantiva la vita? NO!
Per citare ancora una volta Piero Calamandrei, “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.” Ed ecco cosa provarono quelle persone: per noi è impossibile comprenderlo, perché tutti inspiriamo aria e la espiriamo regolarmente, ma provate a trattenere il respiro per sessanta secondi. Vi accorgerete che arriverà un momento in cui la vostra mente non penserà più alla vita o alla morte, non temerà il peggio. La vostra unica necessità diverrà RESISTERE, resistere per tornare a respirare. Resistere per tornare a respirare ARIA. Resistere per tornare a respirare LIBERTA’.
Imbracciare un fucile, allora, fu l’unica scelta possibile. La certezza del vivere senza respirare non aveva senso: meglio la morte. Ecco cosa mosse quelle braccia, quelle gambe e quelle menti: l’aria, la libertà. Tutti sapevano quanto fossero orrende le dinamiche della guerra. Loro, a differenza nostra, l’avevano vista coi propri occhi: erano vicini i bombardamenti ed era vicinissimo l’odore della polvere da sparo, nonché il fetido puzzo della morte. Ma erano giunti al punto di non ritorno, il punto in cui si deve scegliere a quale tra le due fazioni appartenere: UOMINI e NO.

Citando “La città futura” di Antonio Gramsci, “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. […] Il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che NON HA fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.”. (11 febbraio 1917 – Antonio Gramsci, La città futura)

Il 25 APRILE deve tornare nei cuori degli italiani, qualsiasi sia il loro ideale politico. Questo giorno è stato infatti uno spartiacque tra il fascismo e la libertà, e quest'ultima non ha colore. La dobbiamo a persone che non sarebbero mai volute diventare eroi, persone che avrebbero probabilmente preferito vivere la vostra vita. Avrebbero preferito evitare di dover scegliere tra l'essere UOMINI e NO. Glielo dobbiamo, festeggiamo questo giorno alla loro memoria, alla memoria di tutti quei partigiani che, prima ancora che cattolici, comunisti, liberali, anarchici, monarchici o socialisti, erano uomini e donne, padri, madri e figli, nipoti, fratelli e sorelle. Individui che mangiavano, lavoravano, ridevano, piangevano, ma – sopratutto – che sognavano.

A loro il mio saluto. A loro – e a tutti voi – questa boccata di libertà.

Enrico Santus


sabato 17 aprile 2010

Chi parla di mafia difende il paese

CHI PARLA DI MAFIA DIFENDE IL PAESE


È con profondo disappunto che leggiamo quanto afferma il Premier nella conferenza stampa a Palazzo Chigi del 16 aprile, nella quale sostiene che la mafia italiana, “pur essendo la sesta mafia al mondo è la più conosciuta” a causa del “supporto promozionale” fattole da film, serie tv e libri come le “otto serie della Piovra” o “Gomorra” di Roberto Saviano.

Non è necessario appellarsi allo scandalo per mostrare quanta cecità nascondano certe affermazioni. Il nostro Premier si dice fiducioso di sconfiggere entro la fine “della legislatura”, oltre al cancro, anche tutte le organizzazioni criminali.

Ma dal rapporto Sos impresa presentato il 27 gennaio 2010 dalla Confesercenti emerge un’altra realtà: la mafia italiana è ben lontana dal regredire, anzi, nel 2009 ha fatturato 135 miliardi di euro a fronte dei 90 miliardi fatturati nel 2007.

Secondo lo stesso Rapporto, lo scorso anno la “Mafia spa” ha rafforzato la propria posizione di prima azienda italiana, raggiungendo la soglia di quasi un reato al minuto a spese degli imprenditori. Si pensi che, solamente attraverso l’usura – cresciuta a causa della difficoltà di accesso al credito dovuta alla crisi – la mafia gestisce un giro d’affari di circa 20 miliardi di euro. Per non parlare del racket che rimane invariato solo a fronte di un drastico calo degli esercizi commerciali. Grande interesse riscuotono inoltre nelle organizzazioni mafiose l’edilizia e i centri commerciali, utili – questi ultimi – al riciclaggio del denaro sporco. C’è poi da tenere conto del settore del gioco, delle scommesse, delle frodi informatiche e, soprattutto, della contraffazione. Quest’ultimo in grado di muovere un giro d’affari pari a 7,8 miliardi di euro l’anno.

Se questa è la realtà dei fatti, ci viene difficile interpretare la tranquillità con cui il Premier asserisce certe parole, ma ancor più incomprensibile ci risulta la sua accusa di “supporto promozionale” alle mafie mossa a chi è costretto a vivere sotto scorta, senza la possibilità di sognare una vita normale, perché ha reso pubbliche le dinamiche delle organizzazioni criminali.

È ormai attestato che le mafie risentano della luce dei riflettori: esse desiderano il buio ed il silenzio, lo dimostra la cosiddetta pax mafiosa seguita alle stragi del ’92-93; godono del fatto che a conoscere le loro dinamiche d’azione siano solo pochi specialisti, consce degli ingenti danni economici che subiscono quando l’opinione pubblica è sollecitata su determinate tematiche.

In una società “dove la verità è sempre la versione dei potenti, dove viene declinata raramente e pronunciata come merce rara da barattare per qualche profitto; dove tagliare cadaveri e spargerne i pezzi è il miglior modo per rendere indelebile un messaggio, conoscere non è più una traccia di impegno morale. Sapere, capire diviene una necessità. L’unica possibilità che si ha, per considerarsi ancora uomini degni di respirare”.

Spetta, quindi, proprio all’informazione e alla partecipazione democratica avere un ruolo fondamentale nella lotta alle mafie. Attraverso di essa, infatti, la popolazione è chiamata e tenere alta la guardia e a creare anticorpi alla malavita: il più delle volte, infatti, è dalla semplice denuncia di un cittadino informato e consapevole di non essere solo che nascono indagini che portano agli arresti di cui si sta vantando il governo.

Per questo motivo è importante appoggiare l’informazione e non attaccarla. È fondamentale evitare quel che accadde con Giovanni Falcone al Maurizio Costanzo Show nel 1991, quando un giovane di media statura si alzò dalla sua poltrona e accusò il magistrato palermitano di diffamare la Sicilia. Tutti sanno come finì la storia: l’accusatore divenne prima Presidente della Regione Sicilia e fu poi condannato a 7 anni di carcere in appello per favoreggiamento aggravato per aver agevolato la mafia; il magistrato fu ucciso in un attentato il 23 maggio 1992 nei pressi dello svincolo di Capaci insieme alla moglie e a tre agenti della scorta.


Enrico Santus, Nicolò Amore




(L'articolo è stato scritto a nome del gruppo che ha fatto partire il cosiddetto "Progetto Spartacus", un insieme eterogeneo di studenti e dottorandi della Scuola Normale Superiore di Pisa, della Scuola Superiore Sant' Anna e dell' Università di Pisa che si propone di indagare e studiare il fenomeno della criminalità organizzata, unitosi in occasione del seminario di Roberto Saviano alla Scuola Normale Superiore)